Un racconto di qualche anno fa

Me lo immaginavo, Franco, mentre guidava come un folle per le strade semideserte della notte, gli avevo detto mille volte che dall’inizio delle contrazioni al parto a volte passavano ore, giorni persino, e che non ci sarebbe stato alcun bisogno di precipitarsi in ospedale rischiando la pelle sua e di mia figlia e della creatura che ancora per poco lei avrebbe tenuto in grembo, me lo immaginavo, Franco, nel momento più atteso e temuto, mentre imprecava contro i semafori, tutti rigorosamente accesi nonostante fossero le quattro del mattino di un martedì qualsiasi. Cecilia mi aveva mandato un messaggio, “Mamma mi sa che ci siamo”, il sibilo del cellulare mi aveva svegliato dal mio sonno lieve e dieci minuti dopo ero in strada, verso l’ospedale. La calma era assoluta e spettrale, avevo incrociato solo qualche automobilista diretto chissà dove, un auto della polizia e i primi operai della nettezza urbana. Mentre ero ferma ad un semaforo avevo intravisto un uomo, forse un insonne a spasso con il cane o semplicemente un infelice, aveva l’andatura barcollante quella notte come forse era stato in quella precedente. Ero arrivata prima di loro e mi ero messa a fumare nervosamente, poi dopo qualche minuto li avevo visti arrivare, Franco aveva aiutato Cecilia a scendere dalla macchina con una premura commovente e finalmente avevo sorriso anch’io abbracciando mia figlia, “Luisa sta arrivando”, le avevo detto per rassicurarla, Luisa, la ginecologa, era anche la mia amica più cara. Salimmo in reparto per gli esami di rito, la dilatazione, il tracciato, le contrazioni, l’attesa, dissi a Franco che sarei andata a prendere un caffè giù nell’atrio mentre Luisa visitava mia figlia, lui però preferiva aspettare lì, così mi avviai all’ascensore, e quando al pianterreno la porta si aprì fui quasi travolta da due medici che spingevano una barella con grande animazione, poi c’era una donna, forse una volontaria del soccorso, che li seguiva a qualche passo di distanza, con un’aria affranta, la guardai e ne provai pena, che strano, avrei pensato dopo qualche tempo, avevo guardato quella donna e provato pena per lei, prima di rivolgere lo sguardo alla barella, dove c’era un uomo coperto di stracci e il volto insanguinato, nonostante le garze che i medici gli avevano applicato, lo guardai solo per un istante e più che sofferente mi parve rassegnato, poi distolsi lo sguardo ma nel farlo un particolare mi colpì come uno schiaffo in pieno viso, avrei capito soltanto dopo, che c’era qualcosa che tornava da un passato remoto e che forse non avrei non sarebbe più tornato senza quell’incontro fortuito davanti alla porta di un ascensore. Mi dimenticai del caffè e uscii subito a fumare, poco dopo la donna che avevo visto dietro i barellieri mi raggiunse e disse che succedeva sempre più spesso, che pochi giorni prima alla stessa ora ne avevano trovato un altro, solo che quello era già morto, gli avevano dato talmente tante botte che avrebbero potuto ammazzarlo dieci volte, “A questo in confronto è andata bene”, disse indicando con il dito un punto qualsiasi alle sue spalle. Le chiesi se ce l’avrebbe fatta, l’altra mi guardò e serrò le labbra, poi mi disse che non sapeva chi fossi né perché fossi lì, che di certo una persona che s’incontra in ospedale ha una ragione privata che prevale su tutto, però era la prima volta, chiunque io fossi, che qualcuno sembrava interessarsi alla sorte di uno di quei miserabili, disse proprio così, miserabili. Fece una pausa poi riprese, “E’ difficile dirlo, se devo essere sincera ho paura di no”, io le chiesi se sapeva come si chiamasse quell’uomo, lei rispose che no, non lo sapeva, che due poliziotti erano arrivati insieme a loro ma non gli avevano trovato alcun documento addosso e che l’uomo non era in grado di parlare, “Se anche esistesse un familiare, un amico, un conoscente qualsiasi non sapremmo come avvisarlo”, così non restava che aspettare e magari sperare che qualcuno si facesse vivo, le era già successo di seppellire un uomo senza nemmeno conoscerne il nome.

Mi tornò in mente Cecilia e corsi su in reparto, Franco continuava ad oscillare da un estremo all’altro del corridoio scorticandosi i polpastrelli, come faceva quando era nervoso, gli dissi di nuovo che l’attesa sarebbe potuta durare a lungo, lui mi guardò e per un istante sorrise, poi chinò il capo e se lo prese tra le mani. In tutti quei mesi, mi disse, aveva spesso pensato a quanto il parto fosse un evento un po’ paradossale, per una donna, per quanto coccolata e circondata dalle cure di mani esperte gli sembrava che alla fine una donna in procinto di partorire fosse una donna sola, che nulla fosse meno condivisibile del travaglio che precedeva il parto. “Se fossi stato una donna – gli avevo risposto – almeno avresti saputo cosa aspettarti”, mi parve che non avesse nemmeno sentito quello che gli avevo detto, così lo presi da parte e gli chiesi se Cecilia gli avesse mai raccontato di quando era nata lei, mia figlia.

Suo padre era in mare, faceva lo chef sulle navi da crociera, nonostante fosse ancora così giovane, era uno dei più bravi, quasi una celebrità. Cecilia doveva nascere a metà settembre, lui sarebbe sbarcato il 18 agosto, dopo una crociera di tre settimane nel Baltico, era tutto programmato. Io mi ero trasferita dai miei genitori, ci sentivamo due volte al giorno, eravamo tranquilli, eravamo felici, Cecilia però aveva fretta, e così il giorno di ferragosto decise che ne aveva abbastanza di starsene qui – mi toccai il ventre con le mani – e iniziò a premere per uscire, erano le nove del mattino quando iniziarono le doglie, suo padre fu subito avvisato ma era in mezzo al mare a cento miglia dal porto più vicino, in Finlandia, nessuno osava sperare che riuscisse ad arrivare in tempo, nessuno tranne me. Cecilia nacque alle otto di sera, lui arrivò il mattino dopo alle sei. Cecilia era nata un mese prima del tempo ma stava bene, e la gioia fu immensa, per tutti, quasi per tutti, io un po’ ce l’avevo con suo padre, anche se sapevo che non aveva colpe. Cecilia era nata prematura per un semplice caso, per uno scherzo della Natura che nessuno poteva prevedere.

Ricomparve Luisa, ci disse che tutto procedeva regolarmente, che le stavano facendo un tracciato, che Cecilia era sul letto e che avremmo potuto tenerle compagnia, a quell’ora nessuno avrebbe protestato, di norma, aveva detto, una persona alla volta. Entrai e baciai mia figlia sulla fronte, era tesa, quasi terrorizzata, ma sapevo che era in buone mani e le sussurrai all’orecchio di sbrigarsi ché eravamo tutti curiosi, lei abbozzò un sorriso, poi lasciai il posto a Franco e decisi di tornare giù a prendere il caffè che prima non avevo preso. Erano le cinque e mezzo del mattino e la città era ancora immersa nel buio, soffiava un vento tiepido e deciso e un furgone si fermò davanti all’edicola di fronte, ne scese un uomo che scaricò alcune pile di quotidiani mentre l’edicolante allestiva una vetrina, i due si salutarono con un cenno della mano, un rito che si ripeteva sempre uguale ogni mattina, pensai, chissà da quanti anni, e si ripeteva anche in quel momento, mentre mia figlia stava per dare alla luce un bambino, la consuetudine e il prodigio, pensai, a poche decine di metri di distanza. Quando tornai su Luisa e Franco parlavano sottovoce, mi accorsi che qualcosa non andava, Luisa disse che c’era sofferenza fetale, che subito non se n’era accorta, che forse avrebbero dovuto farle un cesareo, che in ogni caso non c’era nulla di cui preoccuparsi, era ormai un intervento di routine ed era vero, mi sforzai di pensare che fosse proprio così anche se stava capitando a mia figlia e non ad un estraneo qualsiasi cui avrei riservato solo indifferenza. Andò come Luisa aveva previsto, passò solo un’ora poi uscì dalla sala operatoria per dirci che era andato tutto bene, che mamma e figlia stavano bene, era una bambina, “una splendida bambina di tre chili e mezzo”, poi ci chiese di avere un po’ di pazienza, mentre Franco già si sporgeva in avanti, avremmo dovuto far riposare un po’ Cecilia, una mezzora, poi avremmo potuto vederla. La tensione si sciolse e io e Franco ci abbracciammo, proprio mentre dal fondo del corridoio facevano capolino Giovanni e Andrea, padre e fratello di Franco, ci furono i sorrisi e gli abbracci di rito, quando entrammo per vedere Cecilia Franco scoppiò a piangere come un bambino, c’era aria di festa, quella specie di esultanza contagiosa e un po’ commossa che prende sempre quando nasce un bambino.

La degenza di Cecilia, a causa del cesareo, sarebbe stata più lunga del previsto, io e Andrea uscimmo e dopo un paio d’ore tornammo con indumenti di ricambio, detergenti e asciugamani. Entrando vidi da lontano la donna con cui avevo parlato solo poche ore prima, stava firmando alcuni moduli sul banco dell’accettazione, mi avvicinai e le chiesi la cortesia di aspettarmi, se poteva, sarei tornata dopo qualche minuto. La donna acconsentì. “Saprà bene che da regolamento non potrei dirle nulla, se come immagino lei non è una congiunta”, rispose quando la raggiunsi e le chiesi notizie dell’uomo sulla barella, ma dei regolamenti certe volte non importava a nessuno, così mi disse che aveva lesioni in varie parti del corpo, una brutta frattura alla gamba destra e soprattutto un grave trauma cranico, uno di quelli che mettono a rischio la vita di una persona, bisognava aspettare e sperare, disse alla fine. Istintivamente chiesi chi l’avesse ridotto in quello stato, lei rispose che non lo sapevano, che una guardia giurata aveva visto alcune persone scendere da un’auto rossa e scaraventare l’uomo sul marciapiedi, aveva subito avvisato la polizia e chiamato un’ambulanza, non sapeva altro. Le chiesi se nel frattempo qualcuno s’era fatto vivo, lei rispose che no, nessuno, poi di colpo si voltò a guardarmi e mi chiese perché tanto interesse per quell’uomo, supponeva la donna che io non lo conoscessi ed era vero, “Non lo conosco”, dissi, poi restai in silenzio senza sapere cosa dire, “Mara, mi chiamo Mara e sono un medico del pronto soccorso”, la donna si era accorta della mia esitazione e quasi si scusò, non voleva mettermi in difficoltà. Restituii la stretta, pensai che quella donna era stata gentile con me, che avrei potuto fidarmi, anche se non sapevo bene cosa stavo per dirle, dissi solo che da quando avevo visto quell’uomo quasi non avevo smesso di pensare a lui, persino quando la ginecologa ci aveva detto che mia figlia avrebbe dovuto partorire con il cesareo, perché già, ero lì perché mia figlia aveva appena partorito, aggiunsi, Mara sorrise e si complimentò, poi mi chiese del bambino, io risposi che era una bambina, e che a pensarci bene non sapevo come avessero deciso di chiamarla, che strano, pensai, è nata già da qualche ora e non so ancora come si chiama.

Volle che le raccontassi di quell’uomo, di cosa avevo provato, io sospirai poi dissi che qualcosa mi aveva colpito, non solo perché vedere da vicino un uomo ridotto in quello stato sarebbe stato uno shock per chiunque, c’era dell’altro, dissi, come se per un attimo avessi avuto la sensazione che a quell’uomo dispiacesse che qualcuno lo stesse curando, Mara sorrise amaramente poi disse che sì, forse era proprio così, che per un uomo ridotto a vivere in strada la morte non è per forza il peggiore dei mali.

  • Credi che io possa vederlo?
  • Non potresti, per di più ora è in rianimazione e nessuno può entrare, tranne medici e infermieri. Però posso fartelo vedere da fuori, se vuoi.
  • Cosa… si vede?
  • Vedrai un uomo disteso, immobile, con il capo fasciato e la vita appesa a un groviglio di fili. Non è un bello spettacolo, credimi. E non si vede molto, se capisco la domanda.
  • Te ne sarei grata, davvero.
  • Ma… e tua figlia?
  • Non le dirò nulla, ovvio.
  • Anche perché non capirebbe.
  • Già. E d’altra parte nemmeno io capisco.

Tornai da mia figlia, con Mara ero d’accordo d’incontrarci per le 15,30, avrebbe raccontato che ero una volontaria di un’associazione che si occupava dei senza casa in un quartiere non lontano da quello dove l’avevano trovato, che qualcuno ci aveva avvertiti e che sarei stata lì per tentare di identificarlo, a Cecilia avrei detto che sarei passata a salutare una collega, ricoverata proprio lì per un intervento di routine di cui mi ero ricordata incrociando suo figlio in ascensore.

Davanti al vetro della rianimazione lo riconobbi subito, era mio marito, “Quell’uomo si chiama Carlo Russo ed è mio marito”, dissi con voce spenta e inespressiva, come se stessi leggendo l’etichetta di un detersivo, Mara spalancò gli occhi e si portò una mano alla bocca, prima che lei me lo chiedesse dissi che ne ero certa, per il braccialetto d’argento che portava al polso sinistro, ce l’aveva da quando era bambino, non avevo mai capito perché ci tenesse così tanto, di certo non l’avevo mai visto senza, e quando qualche volta avevo provato a sfilarglielo si era persino arrabbiato. Mara si avvicinò e mi cinse la vita con dolcezza e alla fine piansi, per la prima volta dopo quindici anni mi lasciai andare al pianto, misurato e irrefrenabile, poi dopo un po’ dissi a Mara che avevo bisogno di vederlo, di parlargli, la pregai di lasciarmi entrare, lei esitò ma io insistetti, alla fine disse che avrebbe fatto il possibile, ma che subito non si poteva, che di lì a poco sarebbe stato operato per ridurre la frattura alla gamba, chiesi se stessero facendo il possibile e Mara mi disse che sì, che stavano facendo quello che avrebbero fatto se al posto suo ci fosse stato il Presidente della Repubblica, lo disse con tono risentito, mi scusai e piansi di nuovo, Mara mi abbracciò con dolcezza e mi disse di farmi trovare all’ingresso della rianimazione, il giorno dopo alle sette e trenta, sarei entrata con lei.

Dovevo uscire dall’ospedale, allontanarmi e provare a riflettere anche se in quel momento mi sembrava impossibile, e per nessuna ragione al mondo, poi, Cecilia avrebbe dovuto sapere che per quell’assurdo gioco del destino suo padre si trovava lì, in pericolo di vita, nel momento esatto in cui lei metteva al mondo la sua bambina. Me ne andai in macchina e telefonai a mia figlia, che mi chiese dove fossi finita, disse che stava bene e non vedeva l’ora di rivedermi, le risposi che avrei tardato e poi le avrei spiegato tutto, un imprevisto ma nulla di preoccupante, con uno sforzo che mi parve inumano finsi un tono rassicurante poi mi lasciai andare e piansi, a lungo e in silenzio.

LUI

 

            Dai, entra, lo so che sei lì, dietro la porta. Non sai se entrare o andartene, e non sai nemmeno che io vedo e sento tutto, anche se sembro un uomo che dorme, in questa stanza posso vedere e sentire molto più di quanto non possa un uomo sveglio. Peccato che quando mi sveglierò non ricorderò più nulla di ciò che avrò detto e pensato, che poi nel mio caso è la stessa cosa, so per certo che è così anche se ne ignoro il motivo. Forse ricorderò solo l’istante in cui ci siamo incrociati, tu stavi uscendo dall’ascensore e io ci stavo entrando, disteso sulla barella. Hai guardato il braccialetto d’argento e hai avuto un sussulto, anche se non potevi saperlo e non mi avresti riconosciuto, con quella barba di due mesi, il volto coperto di sangue e bende e tanti anni nel mezzo.

            Avresti voglia di chiedermi tante cose e non sapresti da dove iniziare. Potremmo restare qui per giorni a parlare e alla fine le domande più importanti ti sembreranno quelle che non mi hai fatto, è così che succede quando un uomo e una donna non si vedono per tanto tempo e poi s’incontrano, per caso, specie se si sono amati e non si vedono da quindici anni, durante i quali hanno scelto, più o meno consapevolmente, di sparire ciascuno dalla vita dell’altra.

            Forse non lo ammetteresti ma in tutto questo tempo non hai mai smesso di chiederti cosa ne fosse stato di me e della mia vita, e di chiederti se la decisione che prendesti allora e che per tutto questo tempo hai mantenuto fosse giusta davvero, questo nessuno può saperlo, avremmo bisogno di tornare indietro nel tempo e scegliere la strada che allora non scegliemmo, che tu rifiutasti testardamente nonostante le mie insistenze. Piuttosto blande, a dire il vero, altri al mio posto avrebbero smosso le montagne.

            E’ passato talmente tanto tempo che sarebbe stupido da parte mia continuare a negare l’evidenza, come provai ingenuamente a fare allora. Mi calai in quella parte con una specie di assurda infatuazione, in certi momenti ricordo di essere arrivato a credermi davvero innocente, a sentire come reale quella finzione che invano stavo recitando, per difendermi dalla tua rabbia di donna tradita e umiliata. Ma non ci fu verso. L’avrai capito, avevi ragione tu, l’unica cosa che non sono mai riuscito a scoprire è chi fu a spedirti quella lettera, ma quello che c’era scritto era vero, dalla prima all’ultima riga, era vero che ti avevo tradito, non una ma dieci o forse venti volte, e sempre con la stessa donna, sempre con la stessa inutile vergogna della prima volta, quando nel porto di Genova, alla fine della solita festa di fine crociera, cedetti alle lusinghe di Marina, che fin dal giorno in cui era arrivata non aveva smesso un istante di provocarmi. Eppure era sposata e sapeva che lo ero anch’io, a pensarci bene te l’avevo persino presentata quella volta che eri venuta con me in Sudamerica, te lo ricordi? Credo proprio di sì, le donne hanno una memoria di ferro e soprattutto non dimenticano quando si tratta di perdonare, molto più degli uomini, e sai, penso che sia giusto così, che di solito il perdono faccia bene solo a chi lo riceve, e nemmeno sempre, per quanto ne dicano i preti.

            Insomma avevi ragione tu, ne avevi da vendere. Avevi ragione a volermi fuori dalla tua vita, a desiderare che sparissi. Forse, però, se ci pensi adesso, dopo tutto questo tempo, riconoscerai che impedirmi di vedere Cecilia, mia figlia, nostra figlia, fu una punizione smisurata persino per un disgraziato come me, un miserabile che – e questo lo sapevi benissimo – avrebbe rinunciato a lottare senza nemmeno tentare d’iniziare. Passavo otto mesi all’anno lontano da casa, è vero, non sarebbe stata “questa grande perdita per la bambina”, dicesti in aula fissandomi con occhi di ghiaccio, mentre io non trovai di meglio da fare che mettermi a piangere, come si piange di fronte alle proprie miserie. Ma ero convinto lo stesso che il giudice non avrebbe accolto la tua richiesta, nonostante tutto amavo mia figlia più della mia stessa vita, allora che la mia vita sembrava valesse qualcosa. Ma tu alla fine raccontasti che in un paio di occasioni vi avevo picchiato, era la tua parola contro la mia e si sa come finiscono certe storie, se posso permettermi, sarà la prima e ultima volta che lo faccio, questa storia che vi avrei picchiato è stata davvero una mossa ignobile, avresti potuto evitarlo, sarebbe finita allo stesso modo e con un bel po’ di rancore in meno.

            Dopo la sentenza mi trasferii in Toscana, avevo bisogno di mettere una certa distanza tra me e Cecilia, ma anche tra me e te, credimi, se te lo dico dopo tutto questo tempo, dall’oblìo di questo letto dal quale non so nemmeno se uscirò vivo. Scelsi una casetta vicino al mare, lontano dai rumori di qualunque città, ero diventato insofferente verso l’intero genere umano, come se lo ritenessi in qualche modo complice del mio destino. Continuavo a viaggiare e a lavorare sulle navi, continuavo a girare il mondo, immerso nel lusso smodato di quelle immense città galleggianti, in quella finzione sempre più opprimente, in quell’umanità di plastica che aveva il solo pregio di riuscire in qualche modo a tenere lontani i pensieri, il pensiero di Cecilia e il pensiero di te, “chissà cosa fa, come inventa le sere, chissà se dorme tra le braccia di un altro”, pensavo chiuso nel silenzio della mia cabina di lusso, dalla quale nel frattempo avevo definitivamente allontanato Marina, che una volta mi disse che aveva lasciato il marito e che finalmente avremmo potuto vivere insieme, alla luce del sole, non aveva capito niente e per una volta presi il coraggio a due mani e le dissi proprio così, le urlai che non aveva capito niente. Se ne andò sbattendo la porta e non l’ho più rivista, per un po’ mi sono chiesto che fine avesse fatto, ma senza frenesia, quasi con indifferenza, di rimorsi ne avevo già abbastanza.

            Durante una crociera nel Mediterraneo, credo fosse il 1999, facemmo scalo ad Istanbul e ci restammo due giorni. Istanbul è una città unica, molto più di quanto lo siano quelle città che di solito definiamo così, davvero non ce n’è un’altra al mondo che le assomigli, non so se sono in grado di spiegarlo ma è una città in cui è possibile provare contemporaneamente due sentimenti distinti: lo stupore attonito di una visione prodigiosa per quella sequenza infinita di moschee e di meravigliosi palazzi d’altri tempi, e una specie di smarrimento lieve per la malinconia che sembra stare in tutte le cose, negli angoli nascosti delle strade e sui volti dei tanti che nella confusione camminano o se ne stanno assorti alle finestre a pensare a chissà cosa. Poche ore prima di ripartire stavo fumando in un giardino non distante dal porto, c’erano due bambini che giocavano a piedi nudi con una specie di palla fatta di carta e nastro adesivo, avranno avuto sette, otto anni, forse fratelli, forse amici o sconosciuti che s’incontrano per caso. Erano molto allegri, avresti dovuto vederli, tu che amavi e forse ami ancora guardare a lungo i bambini che giocano. Dopo alcuni minuti vidi un uomo con i baffi, lo sguardo triste e severo, un vestito sformato e le scarpe consumate, lo vidi avvicinarsi minaccioso ai due bambini urlando frasi per me incomprensibili. Uno dei due tentò di farsi scudo ingenuamente dietro un albero, ma l’uomo lo riprese subito e lo colpì con un ceffone. Il bambino iniziò a piangere, e dopo pochi secondi, sforzandosi di trattenere i singhiozzi, prese ad avvicinarsi alle poche persone che sedevano lì vicino, sulle panchine, per lo più indifferenti. Venne da me con la testa reclinata, mormorando qualcosa che ovviamente non capii ma che potevo immaginare, e quando mi fu a un passo aprì le mani a conca, supplicandomi. Mi alzai ma quel bambino continuava a guardarmi, dal basso verso l’alto, riparandosi con una mano dal sole che gli arrivava dritto negli occhi. Infilai una mano in tasca e gli lasciai tutto quello che c’era, mi voltai e me ne andai con passo spedito. Quando dopo circa un’ora tornai sulla nave mi bastò uno sguardo all’immenso e sfavillante salone delle feste per capire che quella sarebbe stata la mia ultima crociera. E lo fu davvero.

            Lasciai senza rammarico quel lavoro che non sopportavo più da tempo e me ne tornai a Napoli. I miei genitori furono felici di avermi di nuovo vicino, nonostante fossero preoccupati per il mio stato d’animo e per il mio futuro. Avevo poco più di quarant’anni, era probabile che mi toccasse vivere ancora a lungo. Mio padre tentò di convincermi a cercarti, fu molto insistente, “fallo per la bambina”, mi diceva sempre, anche se ormai Cecilia non era più una bambina, le voleva bene come fosse una figlia, anzi vorrei dirti grazie, soltanto adesso ne ho l’occasione, grazie perché so che ogni tanto di nascosto da me andavate a trovarli e lasciavi che lei trascorresse qualche ora con mio padre, non puoi davvero immaginare cosa provasse per nostra figlia, c’era qualcosa in più del solito, seppur infinito, amore di un nonno per sua nipote, qualcosa in più che non hai fatto in tempo a scoprire.

            Trascorsi lì alcuni mesi, senza far nulla. Mi alzavo tardi e me ne andavo in giro, in macchina o in treno, purché lontano dalla città, quasi sempre al mare, perché il mare no, quello non avevo mai smesso di amarlo, solo che non ne potevo più di trovarmici in mezzo sopra una nave, amavo il mare visto dalla terraferma, e amavo la terra che dal mare riuscivo a scorgere con i miei occhi.

            Rividi Gianni, te lo ricordi Gianni, il mio compagno di scuola? Non era soddisfatto del lavoro in albergo e così ci venne l’idea di aprire un ristorante, Gianni avrebbe voluto aprirlo in città ma io preferivo un posto più tranquillo, lontano da tutto, così alla fine scegliemmo una piccola locanda in costiera, dalle parti di Massalubrense, dove una volta avevamo portato Cecilia, lo ricordo come fosse ieri. I soldi non furono un problema, non so come ma ne avevo guadagnati talmente tanti da poterci vivere di rendita fino a cent’anni. Gianni era un ottimo amministratore e conosceva un sacco di gente, poi mi fidavo di lui, un po’ per istinto e un po’ perché fidarsi non costava fatica. Lui avrebbe voluto fare le cose più in grande, credo che se avessimo voluto saremmo riusciti a riempire, almeno nei fine settimana e durante la stagione estiva, una sala di cento persone, ma io davvero non sopportavo più l’idea della folla, delle frenesia di accontentarle tutte e subito, volevo smettere di correre, ne avevo bisogno come dell’aria. La piccola sala del nostro ristorante, in realtà una specie di locanda solo in parte ristrutturata dopo la gestione precedente, poteva contenere non più di venti persone, c’erano periodi in cui chi avesse voluto cenare da noi avrebbe dovuto aspettare un mese. Non immaginavo un successo simile e forse non lo desideravo nemmeno. La locanda aveva una piccola terrazza che da aprile fino a ottobre faceva da dehor, la gente si diceva disposta a pagare cifre folli pur di cenare all’aperto. Ricordo che alla sera, dopo la chiusura, andavo a sedermi in terrazza e me ne stavo lì, spesso per ore, talvolta fino all’alba, fumavo la pipa e assaporavo il silenzio della notte fino allo sfinimento, fino a provare quasi un dolore insopportabile, eppure miracolosamente indistinto dall’ebbrezza che quel silenzio, e i riflessi tremuli della luna sull’acqua, avrebbero acceso in chiunque si fosse trovato lì al mio posto. Tutti i giovedì, quando il ristorante era chiuso per turno e il tempo lo consentiva, me ne andavo in barca, una piccola barca a motore che avevo comprato per due soldi da un pescatore, e me ne stavo lì, poco lontano dalla costa, a osservare i paesini abbarbicati alle colline come presepi, e mi piaceva immaginare la vita della gente invisibile che vi abitava, gente di cui ignoravo tutto e che non avrei mai incontrato, nemmeno per caso. No, non ero felice. Ero stato felice e credevo di sapere cosa fosse, la felicità. Quella era un’altra cosa, che alla felicità non somigliava nemmeno lontanamente. Era come la pace alla fine di una guerra, una pace che rincuora ma che non potrà mai essere come la pace che c’era prima, quando della guerra nessuno osava nemmeno immaginare l’esistenza.

Qualcosa però accadde, qualcosa che si poteva prevedere ma che io non avevo mai considerato seriamente. Vennero a farci visita due uomini distinti, pranzarono di gusto poi chiesero di parlare con il proprietario. Di solito era Gianni a occuparsene, io non avevo voglia e forse non ne sarei stato nemmeno capace. Ma quel giorno Gianni non c’era, inchiodato a letto dall’influenza, così toccò a me. Ci misi un po’ a capire che quei due volevano soldi, altrimenti poteva succedere “qualcosa di brutto” e sarebbe stato un “peccato”, non potevo non convenire. E infatti convenni. Non lo sapevo cosa fanno le persone in questi casi, cosa fanno quelli che “accettano l’offerta” e quelli che invece rifiutano, ammesso che ce ne siano. Non lo sapevo e non volevo saperlo. Dissi che il proprietario era malato e che tornassero per parlare con lui. I due se ne andarono con una minaccia nemmeno tanto velata, insomma dissero che sarebbe stato meglio per tutti, ma proprio per tutti, se il proprietario si fosse fatto trovare, due giorni dopo, e avesse dimostrato di “comprendere il problema”. Senza pensarci troppo risposi che il ristorante due giorni dopo sarebbe stato chiuso per riposo settimanale, ed era vero, uno dei due ci pensò ancora meno e rispose che era meglio così, avrebbero anticipato di un giorno. Quando raccontai a Gianni della visita restò in silenzio per un po’, poi mi disse che no, che non avrebbe pagato, che lui “col cazzo” che avrebbe pagato, che se nessuno si ribellava quella peste non sarebbe mai stata sconfitta. Non me l’aspettavo, anche se era giusto, era bello quello che diceva. Ma sapevo bene cosa sarebbe successo se non avessimo pagato, certo non l’avrei fatto con leggerezza o indifferenza, l’idea che qualcuno si appropriasse dei nostri soldi solo perché era così che andavano le cose mi provocava rabbia e un vago, impotente disgusto, ma pensavo che in qualche modo mi sarei abituato e che prima o poi avrei smesso di pensarci, Gianni però fu inflessibile, disse che se avessi voluto ero libero di pagare, ma che allora mi cercassi un altro socio. Non pagammo, e due mesi dopo la prima visita di quei due il nostro ristorante andò in fumo, e con esso, inutile dirlo, tutte le mie speranze. Gianni non si rassegnò, con i soldi dell’assicurazione riuscì a ricostruire la locanda. Non solo, aveva registrato le conversazioni e denunciato i responsabili, di fronte a prove schiaccianti, per loro non ci fu altra scelta che patteggiare una condanna che fu comunque esemplare: la notizia ebbe vasta eco sui media e dette speranza a tutti quelli che non si erano mai davvero rassegnati ma che per paura di ritorsioni avevano sempre finito per cedere al ricatto. La storia della “Terrazza”, da piccola tragedia lontana si trasformò in breve nel simbolo di un riscatto nascente per una terra così bella e sventurata.

            Di quel riscatto però io fui solo spettatore, ormai lontano, non si può lottare contro la propria sorte, quante volte l’avevo sentito dire e ormai l’avevo capito. Mio padre e mia madre se n’erano andati, a distanza di un mese l’uno dall’altro, avevano trovato nella morte la serenità che in vita gli era spesso stata negata. Dopo averli seppelliti me ne andai a Parigi, volevo tornare proprio lì, in quella casa dove ci eravamo amati per la prima volta, tuo padre non voleva saperne di me, chissà quante volte avrai pensato che aveva ragione a non volermi al tuo fianco. Ma non c’è quasi nulla che una ragazza di vent’anni non farebbe per l’uomo che ama, e così accettasti di venire con me a Parigi, te la ricordi quella piccola casa in Rue Monge? Passavamo le notti a parlare all’infinito e a far l’amore fino all’alba, ascoltando i dischi di Jacques Brel e Boris Vian e immaginando il futuro che non avremmo avuto. Quando ci penso, dopo tanto tempo e con tutte le miserie ormai nel mezzo, mi sembra che la vita abbia avuto un senso, nonostante tutto, e che sia valsa la pena viverla anche solo per l’incanto di quell’inverno memorabile, perché penso che non siano tante le persone nel mondo che possono dire di aver vissuto quello che io e te vivemmo allora, nella piccola casa di Rue Monge.

            Accanto al portone del 23 c’era ancora il Soleil D’Orient e per la proprietaria il tempo sembrava non essere mai passato. Mi sono fatto coraggio, sono salito fino al terzo piano e ho suonato il campanello, senza sapere cos’avrei detto. Mi ha aperto una ragazza di vent’anni, forse due in più o in meno, l’età che avevi tu allora, io ho farfugliato qualcosa e nel frattempo ho sbirciato alle sue spalle, dell’appartamento spoglio di quell’inverno sembrava non esserci più traccia. Ho salutato e me ne sono andato, mentre la ragazza mi guardava senza capire.

            Non sapevo più dove andare. Decisi dopo qualche mese di vendere la casa a Napoli e di versare tutti i soldi su un conto intestato a Cecilia. Sarei partito di nuovo, ma ormai sapevo che sarebbe stata l’ultima volta. Mi prese, più forte che in passato, il desiderio di rivedere mia figlia, di vedere con i miei occhi com’era diventata, me la ricordavo bambina, ormai era una donna e non riuscivo nemmeno a immaginarmela.

            Non so dirti se c’è un momento in cui un uomo decide di vivere il resto della vita vagando per strada, sforzandosi di trovare, giorno per giorno, la maniera per sopravvivere. E’ strano, ma forse per tutti noi, per me e per i compagni che in questi due anni ho incontrato per strada, c’è qualcosa che anche quando tutto sembra finito ti tiene aggrappato alla vita, una speranza talvolta invisibile o inconfessabile, un desiderio lontano e forse impossibile che impedisce alla vita di spegnersi definitivamente nello sforzo desolante, inumano, della pura sopravvivenza. E’ stato così che mi sono ritrovato qui, sedici anni dopo l’ultima volta. E’ stato così che ho iniziato a dormire nelle stazioni, nel retro dei supermercati o sotto i portici del centro. Ed è così che ho vissuto, toccando con mano, a volte solo sfiorando, storie che non credevo possibili, scoprendo la faccia peggiore dell’umanità, quella indifferente a tutto, perché niente, nemmeno il disprezzo, fa più male dell’indifferenza. Ma ho scoperto anche i volti migliori, quelli invisibili, quelli di cui non si parla perché non interessano a nessuno, perché nessuno leggerà mai su un giornale che tutti gli anni, la sera del 31 dicembre, centinaia di ragazzi preparano grandi veglioni e poi siedono e mangiano insieme a noi, senza che a nessuno venga in mente di chiederci perché siamo lì. E’ così che ho vissuto, sbirciando di tanto in tanto, sempre attento a non farmi notare, nella tua vita e in quella di Cecilia, che è diventata proprio come immaginavo, bella come sua madre e come tra vent’anni diventerà sua figlia.

            Poi il caso mi ha portato qui, in questa stanza d’ospedale. Sdraiato e incosciente, appeso a un filo sto per diventare nonno, io che non sono mai stato veramente padre. Qualcuno lo chiamerebbe disegno divino, chi invece non sa se crederci darebbe la colpa al fato. Resta un mistero, comunque lo si voglia chiamare.

            Ho finito. Anzi no. C’è un’altra storia, una piccola storia che vorrei raccontarti. Oltre a me e mio fratello, un po’ di anni fa c’era anche la piccola Silvia. Era nata nel 1959, tre anni dopo di me. E ne aveva nove, nel 1968, quando si ammalò di leucemia. Poco prima di morire mi regalò il suo braccialetto d’argento e mi disse che non avrei dovuto toglierlo mai, per nessuna ragione al mondo, altrimenti non sarebbe mai guarita, così aveva sognato una notte. Se ne andò un giorno di giugno insolitamente freddo, così, in silenzio, mi parve quasi che sorridesse, o forse è così che mi ricordo, forse così ho sempre voluto ricordarla.

 

            Vai, adesso. Ci sono tante persone che ti aspettano. La bimba di Franco e Cecilia si chiamerà Silvia, adesso lo sai, loro non lo sanno ancora.

 

Lei doveva starci dietro

Mi è scaduta la patente. Me ne sono ricordato con qualche giorno di ritardo ma ho subito chiamato l’ACI, dove mio fratello mi dice si fa in fretta, anche se paghi un po’ di più. Pazienza, non ho voglia di fare code interminabili al telefono e poi in un ufficio sovraffollato dell’ASL.
Mi ricordo contestualmente che la Motorizzazione o chi per essa non mi ha mai spedito i tagliandi che si applicano alla patente e al libretto quando si cambia residenza. Ne approfitto e lo segnalo all’impiegata dell’ACI, che aggrotta la fronte e mi dice che è un problema, bisogna richiedere il duplicato.

IO: Di cosa, scusi?
LEI: Della patente.
IO: Ah.
LEI: Eh sì. Costa 52 euro.
IO: Non capisco; io ho fatto quello che dovevo fare, sono loro a non avermi spedito i tagliandi.
LEI: Sì, ma lei doveva starci dietro.
IO: In che senso?
LEI: Passato un certo termine, doveva sollecitare.
IO: Capisco. Non ho sollecitato un documento che mi spettava, quindi devo pagare 52 euro per averlo.
LEI: Eh sì.
IO: Quindi devo tornare con il libretto e possiamo fare la richiesta?
LEI: Ah ma… anche il tagliando del libretto non le è mai arrivato?
IO: Eh sì.
LEI: Ah. Bisogna richiedere il duplicato. Costa 69 euro.
IO: Capisco. Non ho sollecitato un documento che mi spettava, quindi devo pagare 69 euro, oltre ai 52 della patente.
LEI: Eh sì.
IO: Per un totale di 121 euro.
LEI: Eh sì.
IO: Perché non ho sollecitato.
LEI: Eh sì.
IO: E cosa succede se non lo faccio?
LEI: Se la fermano e non ha i documenti in regola possono farle una bella multa.
IO: Perché non ho sollecitato, giusto?
LEI: Eh sì.
IO: Capito. Buonasera.
LEI: Arrivederci.

Ma se io, mettiamo, mi dimentico di pagare il canone Rai e dopo un certo tempo quelli di Equitalia se ne accorgono, che fanno, devono pagare 120 euro per ricordarmi che non ho pagato? O sono io che devo pagare il canone con gli interessi e la pratica di fermo amministrativo dell’auto?

Si può sollecitamente mandare affanculo qualcuno in questi casi?

La più grande cantautrice dei prossimi vent’anni

Se non decide di farla finita prima. E pensare che ha solo ventidue anni.

Bella, brava, famosa e disperata.

Mi dispiace, hai sbagliato

Che magnifico spettacolo, la neve.
Per uno come me, poi, che è nato al Sud, in quel Sud dove la neve è un evento raro come la cometa di Halley o la morte del Papa, la neve è proprio uno spettacolo. Anche se quando non sei più bambino pare proprio che la neve non sia solo un magnifico spettacolo.
E qui si comincia a ridere.
A Torino, che pure conserva un po’ di sabauda compostezza, hanno chiuso le scuole lunedì 30 gennaio e la gente ha protestato perché avevano chiuso le scuole lunedì poi le hanno tenute aperte e la gente ha protestato perché erano aperte ed era meglio chiuderle mercoledì invece che lunedì, quando era meglio lasciarle aperte. Da dieci giorni si sapeva della neve ma tutti rigorosamente in fila disordinata a intasare le strade, toglietemi tutto ma non la macchina da sotto il culo che poi prendili tu gli autobus, li aspetti per ore sono sempre pieni e possibilmente pure di zingari, quelli puzzano fanno baldoria e non pagano il biglietto (detto sempre da chi l’autobus non l’ha mai preso ma rinnova oralmente, reinterpretandoli a cazzo, racconti uditi chissà quando e da chi, di quella volta che).
Alemanno, poi. Alemanno. Che tenerezza, non sa più con chi prendersela, Alemanno. Ormai è più famoso di Gesù Cristo, altro che Beatles.
E ora appuntamento all’estate, quando milioni di idioti si metteranno in coda su strade e autostrade, rischieranno di morire sotto il sole perché scopriranno che ad agosto fa caldo e se la prenderanno con chi li ha lasciati da soli in mezzo alla strada tutti fermi incolonnati, e ci abbiamo pure un bambino piccolo signora, veda lei se si può andare avanti così, uno paga le tasse e per cosa?
L’importante, che tu viva a Roma o a Torino, a L’Aquila o Barletta, che tu sia un pendolare un pensionato il sindaco o un ballerino, è ribadire l’unico sacrosanto italico concetto, quello che non muore mai: qualunque cosa succeda, la colpa è sempre degli altri.

Consigli per gli ascolti

E un po’ di pubblicità

TJO

Il panico sui social network

Sfoglio i quotidiani on line per saperne di più sul terremoto che anch’io ho sentito, seppur blando, verso le nove di questa mattina. Mi colpisce un sottotitolo del Corriere della Sera, che dice: IL PANICO SUI SOCIAL NETWORK, “Aiuto, qui trema tutto”. Pare addirittura che qualcuno abbia scritto: “Scendete in strada invece di twittare!”, ovviamente su twitter. L’umorismo degli idioti è sempre assai spassoso.
Ora va bene, non è stata, non qui almeno, una di quelle scosse che ti portano a uscire di casa, vestito o non vestito come sei, per sfuggire all’imminente catastrofe. Va bene. Però sapere che il primo pensiero di tanti, durante un terremoto o il quasi naufragio di una nave da crociera, sia scrivere su twitter o facebook o fare i filmini con l’iphone, mi fa pensare alla malattia. Quella subdola, della mente, di cui il malato non ha coscienza.
O senza scomodare la neuropsichiatria, si potrebbe dire semplicemente che il mondo è sempre più pieno di coglioni. Sempre rigorosamente muniti di accesso live al social network, giusto per evitare che qualcuno non ci faccia caso.

Mercoledì 25 gennaio

Mi fa un gran piacere che Remo Bassini, nonostante due precedenti, abbia accettato di farsi ancora presentare da me.
(io incasso e gongolo, poi andrò in giro a vantarmene con parenti e amici).

Per chi fosse in giro a Torino, mercoledì 25 gennaio alle 19,30 al circolo Arci CAP di Corso Palestro 3, si parla di “Vicolo del Precipizio”, il suo nuovo romanzo.

L’ingresso è riservato ai soci ARCI, che però non devono per forza avere la tessera prima di arrivare, possono farla al circolo.

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